Il caffè e la sua storia
Un po’ per celia un po’ sul serio i ricordi di un grande esperto nel packaging del caffè
Luigi Goglio
Avevamo chiesto all’ingegner Luigi Goglio, di cui è nota l’esperienza nel campo, di poterlo intervistare sul caffè. Gentilmente ci ha invece offerto questa storia che riassume una carriera svolta tutta nell’evoluzione dell’imballaggio e della stampa nel settore. Citiamo in proposito un aneddoto che risale al nostro seminario di Urbino sull’esacromia: Valentino Ottolini, noto ‘uomo colore’ della DuPont raccontava di essere andato un giorno, dopo tanti test, da Goglio soddisfatto per aver trovato la giusta tonalità di colore del caffè. L’ingegnere gli rispose: ''Del colore? Di un colore, vorrà dire''. Una risposta significativa per chi è alla ricerca della qualità.
Un caffè per favore: come lo desidera? Espresso, lungo, corto, macchiato, americano filtro, con napoletana, decaffeinato, solubile, per arrivare al mitico cappuccino con l’abilità del barista di lasciare il disegno del caffè sulla soffice schiuma bianca!
Ma dietro a questa suggestiva varietà c’è un complesso e lungo lavoro possibile grazie alla messa a punto di tecnologie con una ricerca sofisticata al passo con una evoluzione tecnologica e i consistenti interessi in gioco.
Il tutto per permettere a questa gustosa bevanda che ha condizionato nel passato storie, amori, avventure di essere ancora quanto mai attuale ed essere uno stimolo positivo in ogni momento della nostra vita quotidiana.
La storia dalle sue origini ormai è ben nota e si può trovare consacrata nei vari testi per cui mi permetto di considerare le tappe piú significative del suo sviluppo solo negli ultimi cinquant’anni, da quando cioè il packaging ne è diventato punto focale.
Lattina o busta?
Per portare sulla tavola di tutti questa bevanda con tutta la sua fragranza e il suo aroma era necessario creare un sistema per poter conservare il caffè in modo economico per tempi adeguati, soddisfacendo anche le esigenze della grande distribuzione, che agli albori degli anni ’50 già cominciava a organizzarsi anche nella vecchia Europa.
Conservazione, presentazione, qualità dovevano coesistere con i costi, le tecnologie e i materiali disponibili. Nello stesso tempo emergevano due filosofie: da una parte la storica lattina e dall’altra i polimeri che sempre piú si stavano realizzando unitamente alle macchine per poter lavorare e stampare i materiali plastici.
Salvare l’aroma
Due erano, e ancora sono, gli imperativi per soddisfare le esigenze di una buona conservazione: l’impermeabilità della confezione e la necessità di mantenere il prodotto al di fuori del contatto con l’aria e in modo particolare dell’ossigeno. Le tecniche emergenti erano quelle di creare il vuoto e di avere macchine che consentissero elevati ritmi produttivi.
La possibilità inoltre di poter confezionare il caffè in grani, oltre al macinato, per avere un prodotto ancora piú fragrante, ha creato ulteriori alternative e opportunità.
Ma quali sono state le tappe significative che hanno portato in questa direzione lo sviluppo del packaging del caffè nel flessibile? Innanzi tutto la creazione dei film plastici con l’avvento del polipropilene (PP) e i suoi sistemi di biorientamento. Dobbiamo dire grazie al BOPP e a questa tecnologia per aver consentito veramente la grande svolta. Questa è stata data dai materiali triplici come i laminati di PP, alluminio e polietilene (PE) con stampa interposta e dalle prime tecniche di abbinamento con adesivi a due componenti. In questi materiali ognuno dei film svolge la sua funzione: il PP elastoplastico permette una buona protezione sugli spigoli, l’alluminio sottile crea la giusta barriera all’ossigeno, e il PE all’interno come elemento termosaldante per assicurare le tenute ermetiche durante la realizzazione dello storico sacchettino.
Stampa rotocalco
Contemporaneamente nasceva la stampa interposta di qualità con le prime macchine rotocalco per dare immagini attraenti proprio per suggestionare il pubblico della grande distribuzione e per confermare il pregio che un prodotto cosí nobile come il caffè richiedeva.
Ecco che la storica bustina, già allora essenziale nelle sua struttura, diventava un elemento strategico in quanto non richiedeva la protezione di una scatola di cartone esterna per sopportare gli urti accidentali [l’ingegner Goglio e la sua azienda furono pionieri anche nello studio e nei test relativi alla resistenza all’urto delle confezioni, oltre che nella salvaguardia dell’aroma- ndr].
Ma se tutte queste idee creavano entusiasmanti prospettive per il futuro, fu l’intuizione di un grande torrefattore italiano che permise il lancio di questa innovativa e affascinante avventura. Poche parole di due persone che ne hanno fatto la storia, gli indimenticabili Beppe e Pericle Lavazza innestarono un meccanismo che mise in moto tecnici, ingegneri, pubblicisti, professori universitari, quasi come una inarrestabile valanga che dilagò per tutta l’Italia dando vita a un mondo, una filosofia, una cultura i cui benevoli effetti li viviamo ancor oggi.
Il converting italiano
Ma questi sono solo gli inizi della vita del packaging per il caffè. I sistemi di abbinamento con solvente crearono la necessità di tentare la strada del recupero dei solventi stessi con carboni attivi. Già agli albori degli anni ’50 si impostarono i primi tentativi in questa direzione in cui, con l’economia realizzata da recupero, si risolveva anche il problema ecologico di non inquinare, riducendo drasticamente i gas scaricati in atmosfera.
Scelta che ha portato il converting italiano in una posizione di netto vantaggio rispetto alle altre industrie europee. Con tutte le evoluzioni susseguenti, questa tecnica ancora oggi risulta una peculiarità qualificante della nostra industria di trasformazione. La stessa ha portato anche alla messa a punto di inchiostri e vernici compatibili con i solventi utilizzati per il recupero. Il compianto dottor Pirotta si fece latore di questa strategia gestendola con passione ed entusiasmo.
Allo stesso tempo i fabbricanti di macchine da stampa mettevano a punto rotative sempre piú performanti e piú veloci con tecniche di asciugamento sempre piú sofisticate per soddisfare le esigenze di un mercato in crescita.
La rotocalco si qualificava come la qualità per eccellenza degna del prodotto da contenere. Due persone si identificavano in due società allora emergenti: Cesare Schiavi a Piacenza, e Luigi Cerutti a Casale Monferrato, affrontarono con impegno e passione questa affascinante avventura. A lato si svilupparono tutte le tecniche di incisione dei cilindri con le estreme sofisticazioni che ne sono derivate e oggi ben note.
(l'articolo prosegue su Graphicus)